“Tra loro, uno di loro”

“Elio salutò una coppia di conoscenti e, con la stessa leggerezza con cui aveva rivolto loro poche parole ed un sorriso stentato, dimenticò di averli incontrati. Mentre ancora pronunciava quel saluto con lo sguardo rivolto altrove, una visione lo rapì. La forma delle nuvole rosee che correvano alte sulla Precollina alla fine del giorno sgombrò la testa da ogni altro pensiero. Il freddo, poi, l’accarezzò quel tanto che bastava per fargli spostare l’attenzione altrove. Laiko correva senza guinzaglio, inseguendo piccoli turbini di foglie gialle che il vento di novembre creava in fondo al parco vicino alla ciclabile. Con un fischio deciso richiamò il cane: senza assicurarsi che avesse recepito il segnale, si strinse nelle spalle affondando le mani nelle tasche per dirigersi verso il lato del Parco del Valentino confinante con San Salvario.”

Queste sono le parole con cui inizia il mio romanzo Tezèta, di prossima pubblicazione.

“Navigando verso Itaca”

Si dice che un corpo nell’acqua perda parte del suo peso. Forse, proprio per questo, viaggiare per mare è un po’ un lasciarsi andare con leggerezza. Se poi si torna al punto di partenza è perché il corpo conosce il suo peso specifico, quello del luogo cui appartiene.

Ponte oscilla,
sirena nell’aria.
Svelti a salpare!

La prima casa lontano da casa l’aveva trovata una mattina di settembre, alla fine di un viaggio in treno, dopo l’estate della maturità. Le montagne si erano spalancate ai lati della ferrovia che portava a Trento mostrandogli vitigni ordinati sotto sagome aspre. Ancora non lo sapeva, ma in quella città avrebbe lasciato che per anni, sovrapponendosi, sogni e progetti andassero a formare nodi inestricabili, secondo le inclinazioni dei suoi vent’anni. I falò delle feste tra i boschi e i bagni provinciali in laghi dimenticati forgiavano il suo spirito col fuoco e con l’acqua. Conferendogli nuove consapevolezze. Facendo nascere speranze. Tuttavia giocava ancora a essere altro. Quel presente era solo la premessa di un viaggio a venire.

Mare forza tre,
lieve soffio di vento
increspa il blu.


Qualche anno dopo l’aereo su cui viaggiava atterrava a Manchester.
Un luogo può vivere in qualche angolo recondito della nostra mente molto prima di poterlo vedere e toccare con mano. A lui era successo con il nord dell’Inghilterra, così lontana da quella Londra luccicante che sapeva un po’ troppo di vacanza estiva. In quella terra ruvida e ventosa si sentiva perso, ma per la prima volta sapeva anche di essere sulla buona strada, ovunque lo stesse conducendo. Superate le rose bianche di Lancaster navigava ammirato tra paesaggi industriali, spiagge deturpate e luna park abbandonati, per poi percorrere cammini tortuosi in campagne popolate di spighe d’orzo e in brughiere verdi come lo sono solo in sogno. La speranza, una sola, che quella natura, la sua natura, potesse avere la meglio su qualunque obbligo o disciplina gli fossero imposti.

Dodici nodi.
Scirocco alle spalle,
onde minute.

Poi giunse la vita vera e lo colse via da casa, tra le mappe corrugate dei Balcani e isole asiatiche al limitare del Pacifico. A spingerlo sempre più lontano era stata l’ansia di crescere, sempre nuove esperienze, accumulate, l’una dopo l’altra, come monete in un salvadanaio. S’insinuava però il bisogno crescente di un altro luogo, lontano non nello spazio, ma nel tempo. Sentiva di essere passato da viaggiatore ad esule e che presto quella condizione avrebbe potuto avere il sopravvento.

Miglia nautiche,
d’argento è l’attesa.
Irrequietezza.


Erano già passati dieci anni dal suo allontanamento dal centro della vita, il posto dove aveva imparato il suo alfabeto. Altri dieci ne aveva passati a cercare sfide, conferme per un io che, paradossalmente, si faceva più incerto invece di arricchirsi o fortificarsi. Eppure aveva continuato la sua corsa a ostacoli, fermandosi solo ogni tanto, tra l’Africa e Ginevra, tra Lampedusa e Budapest. Si era anche voltato a volte, ma solo per scoprire che la striscia di schiuma che si lasciava dietro, unico segno del suo passaggio, era destinata a dissolversi inesorabilmente nel mare della vita. Un’esistenza spesa per tentare di lasciare una traccia, infatti, non lo avrebbe esentato dal mestiere umano davvero più antico del mondo, il fallimento. Era giunto il momento di tornare. E quel ritorno, come per Ulisse con la sua Itaca, non poteva che compiersi verso un’isola.

Verso l’approdo.
Nitide tue forme
tornano a me.

“Figli dello stesso cielo”

“Io in fondo sono solo un interprete”, era la frase di rito che Michael si era ripetuto volta dopo volta, soprattutto in quelle circostanze, quando le parole che avrebbe invece voluto o sentito di dover dire non avevano preso né forma né suono, ma ciò nondimeno avevano continuato a tormentarlo da qualche antro recondito della sua coscienza […]

Nel 2013, “Figli dello stesso cielo”, veniva premiato al concorso nazionale Racconti Corsari e, nel 2014, assieme agli altri scritti premiati, veniva pubblicato nella raccolta Iter Fati (Atropo Racconti).